Ritratto fotografico ed empatia: l’approccio introspettivo in fotografia

Quanto tempo dedichi alla tua preparazione tecnica e quanto a sviluppare la tua capacità di interagire con i soggetti?

workshop di fotografia in Toscana, il fotografo Enzo Dal Verme

Enzo Dal Verme

Enzo Dal Verme, Ritratto di Anna, insegnante di yoga incinta, quattro giorni prima del paerto

Ho fotografato Anna quattro giorni prima che partorisse. L’immagine è servita per illustrare una sua intervista nella quale lei ha parlato (anche) di yoga. Quando è arrivata in studio era tutto pronto, avevo già fatto delle prove di luce e ho potuto concentrarmi su di lei per sintonizzarmi sul suo stato d’animo e renderlo esplicito nelle mie immagini.

Ci sono due aspetti della nostra competenza come fotografi ritrattisti che tendono a svilupparsi parallelamente: la facilità di stabilire relazioni armoniose con chi stiamo ritraendo e l’abilità di mettere a fuoco una sfumatura del loro stato d’animo. Ai fotografi timidi, il più delle volte, sembra un’impresa ardua. Poi ci sono i fotografi che sembrano sicuri, ma sotto sotto…

La psicologia del ritratto: perché un’immagine ci colpisce

Quando osserviamo un ritratto che ci lascia intuire come si sente la persona fotografata, in genere tendiamo a soffermarci a scrutare quell’espressione. A volte, ispezionandolo con gli occhi, proviamo una sorta di empatia per il soggetto della foto. Altre volte, lo guardiamo con attenzione senza un apparente motivo.

Ma un motivo c’è. Già Charles Darwin nel suo “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli altri animali” aveva studiato la mimica facciale ipotizzando l’universalità delle espressioni. I nostri 46 muscoli facciali, infatti, ci consentono di esprimere una gamma pressoché infinita di stati d’animo. Si tratta di un linguaggio immediato al quale siamo molto abituati. È naturale, allora, che ci sentiamo almeno incuriositi dal decifrare cosa esprime un altro essere umano col suo volto.

Il nostro sguardo tende a volere esplorare le espressioni che ci colpiscono di più. Ci sono fotografie nelle quali la persona è un po’ assente, oppure ha un sorriso forzato o, ancora, si capisce che non c’è intesa col fotografo e — di conseguenza — con chi osserva la foto. Le immagini con queste caratteristiche, in genere, non invitano ad essere guardate, non risultano particolarmente interessanti.

Ma, in presenza di un ritratto, può capitarci di riconoscere qualcosa che abbiamo provato anche noi e forse quella vista ci emoziona. Oppure, anche se non ne siamo necessariamente consapevoli, un ritratto ci ricorda qualcuno che conosciamo. O, ancora, l’immagine potrebbe affascinarci proprio perché ci sentiamo estranei a quello che vediamo e vorremmo scoprire di più. Questi ritratti spesso sanno calamitare la nostra attenzione.

Benedetta Barzini fotografata da Enzo Dal Verme
Benedetta Barzini. Quando il soggetto di un ritratto è molto presente allo sguardo del fotografo, anche chi osserverà l’immagine fotografica potrà percepire quella connessione. Dopo qualche minuto di assestamento sul set, io e Benedetta abbiamo potuto concentrarci ed è nata questa immagine.

L’introspezione del fotografo sul set

Se è vero che osservare un ritratto può toccare, emozionare e rendere partecipe l’osservatore, è altrettanto vero che scattarlo può essere una esperienza molto intensa. Le persone che fotografiamo, infatti, hanno il potere di provocare in noi entusiasmi, timori, curiosità, insicurezze… o altro ancora. La qualità della relazione che riusciremo ad instaurare con loro è sempre un po’ un’incognita ed è determinante per il risultato che otterremo.

Mentre fotografiamo, è importante intuire di cosa ha bisogno la situazione. Si tratta di calibrare i nostri modi di fare per trovare una buona intesa con i nostri soggetti, rassicurarli e farli sentire a proprio agio.

Non è sempre facile, anche perché i comportamenti delle persone che fotografiamo non sono necessariamente prevedibili. Una macchina fotografica puntata addosso raramente lascia indifferenti. C’è chi ama mostrarsi ed esagera con la sua esuberanza oppure chi, di fronte ad un obiettivo, preferisce nascondersi e per aprire una breccia nella sua inespressività dobbiamo sudare sette camicie. Ci sono quelli che vogliono dirci come fotografarli, quelli che ci fanno tenerezza e quelli che davvero non sopportiamo…

Ogni volta è diverso ed ogni volta dobbiamo avere a che fare non solo con le particolarità del nostro soggetto, ma anche con ciò che stimola in noi. E questo è un aspetto davvero importante. Se, per esempio, ci sentiamo imbarazzati, anche la nostra capacità di fotografare ne risentirà. Per non parlare di quando ci viene l’ansia da prestazione, oppure quando siamo così impegnati nella gestione di persone difficili da non riuscire a concentrarci abbastanza sul resto.

Fortunatamente, a volte incontriamo anche persone straordinarie che ammiriamo e siamo felicissimi di fotografare. Ma… come ho fatto a non accorgermi di quella macchia rossa? Ah certo, mi sentivo così contento di scattare quei ritratti che ho dimenticato di controllare lo sfondo!

La cosa meravigliosa di essere fotografi ritrattisti è che si ha la possibilità di incontrare e conoscere tante persone interessanti e anche di rendersi conto di come rispondiamo a molti stimoli diversi. Dunque, oltre al privilegio di scoprire qualcosa di un altro essere umano, ogni volta che scattiamo un ritratto abbiamo l’occasione di conoscere meglio anche noi stessi. Non è una cosa da poco.

La tecnica è solo una parte

Tanti grandi fotografi, meno ossessionati dalla tecnologia dei fotoamatori di oggi, hanno creato immagini importanti utilizzando attrezzature poco sofisticate.

Una buona macchina fotografica aiuta parecchio e la conoscenza della tecnica anche, ma non si va lontano senza una cultura dell’immagine o senza sensibilità autoriale. Il fotografo deve scegliere cosa inquadrare e cosa no, decidere l’attimo dello scatto e interagire con la persona che sta ritraendo per cogliere una sfumatura del suo stato d’animo o un aspetto del suo carattere. Tutte cose che vanno oltre la tecnica.

La macchina fotografica si limita a registrare forme e volumi, descrivere le superfici, rilevare luci e ombre… A volte rischiamo di darle una importanza esagerata, dimenticando che ciò che conta non è tanto lo strumento ma cosa si comunica grazie al suo utilizzo.

In altre parole, il fotografo si serve della macchina fotografica per inquadrare un suo punto di vista e mettere a fuoco ciò che riesce a vedere nell’altro. Una bella responsabilità, perché le sue scelte definiscono come verrà percepito il soggetto da chi osserverà l’immagine in seguito. Non importa se la fotografia verrà pubblicata sulle pagine di una rivista o se rimarrà un ricordo per i nipotini. Quella memoria immortalata è a disposizione dei posteri. Come sarà? Si limiterà a descrivere la fisionomia della persona fotografata o lascerà intuire qualcosa di più? La risposta dipende soprattutto dalla capacità del fotografo di intendersi ed entrare in sintonia col soggetto.

Eppure molti fotografi si concentrano principalmente sull’impeccabilità tecnica e sull’equilibrio estetico di ciò che stanno scattando, tralasciando l’aspetto relazionale o dandogli poca importanza. Come mai?

Ritratto di Carlo, Enzo Dal Verme
Anni prima di scattare questa immagine, avevo già ritratto Carlo. Mi ricordavo che la sua espressione può cambiare rapidamente e ho fatto in modo che non ci fossero distrazioni. Lo sguardo intenso e concentrato che si vede è stato invitato dal mio comportamento, dalle mie parole e dai miei silenzi.

Una scelta (quasi) inconsapevole

Imparare a memorizzare delle funzioni programmabili, occuparsi di ciò che è misurabile, studiare manuali… sono tutte cose che hanno a che fare con la logica. È un territorio che conosciamo bene perché siamo abituati fin da piccoli ad affrontare la vita in modo “logico”. Studiando la parte tecnica della fotografia a volte ci sono alcune difficoltà, ma in genere non si tratta di sfide troppo pericolose. Basta seguire delle regole.

Al contrario, l’aspetto relazionale di una sessione di ritratto può risultare più complesso perché mette in gioco la nostra sensibilità, la nostra capacità di provare empatia. Cose che… non si possono regolare come gli ISO o il diaframma! Occorre avventurarsi in un territorio nel quale siamo spesso meno preparati e che potrebbe diventare sdrucciolevole.

Culturalmente non solo tendiamo a favorire e sviluppare ciò che è logico, ma sovente mettiamo in dubbio o svalutiamo ciò che non lo è. Infatti per dire che qualcosa non ha senso, spesso si esclama “non è logico!”.

Per individuare il comportamento più appropriato da adottare con un soggetto, però, dobbiamo affidarci proprio a ciò che non è logico, cioè alla nostra sensibilità e intuizione. Ma… dov’è il libretto di istruzioni?

Guida pratica: come connettersi con il soggetto

Vi fidereste di un fotografo indeciso, insicuro o titubante? Probabilmente sareste più inclini a lasciarvi fotografare da qualcuno che sa mettervi a vostro agio e che vi trasmette sicurezza. Per i fotografi, però, non è sempre facile creare quell’armonia, è un’abilità che si acquisisce col tempo e si coltiva. Quali sono i punti essenziali?

  1. Preparare il terreno

    Prima di tutto dobbiamo sapere preparare il terreno perché possa nascere una buona intesa. Il che significa non solo assicurarsi che l’ambiente sia ospitale e stimolante, ma anche avere la possibilità di dedicare l’attenzione che il nostro soggetto merita. Non importa se abbiamo a disposizione tutto il tempo che vogliamo in studio, oppure se si tratta di un ritratto veloce in location. Il nostro soggetto deve sentirsi a suo agio e difficilmente lo sarà se noi siamo distratti o impegnati in qualcos’altro.

  2. Invitare uno stato d’animo

    Per favorire il manifestarsi di una certa qualità nei nostri soggetti, aiuta se siamo noi stessi a sentirla. Vogliamo fotografare la tranquillità in una persona? È meglio se ci sentiamo tranquilli. Le risate? Sappiamo che sono contagiose. Un po’ come gli sbadigli. E anche tutto il resto. Sintonizzatevi anche voi almeno un po’ sullo stato d’animo che vorreste catturare e lo inviterete sul set.

  3. Assecondare (o meno)

    Se il nostro soggetto insiste per essere fotografato in un modo che noi sappiamo non essere adatto, saremmo tentati di dire che non è una buona idea. Noi siamo i fotografi, lo sappiamo! Ma… come si sentirebbe quella persona? Forse svalutata, non presa in considerazione e, di conseguenza, potrebbe chiudersi. A volte io preferisco assecondare e dire “Buona idea!”, scattare come mi ha suggerito e dopo proporre una variante. In questo modo favorisco l’armonia tra di noi. Naturalmente, se le richieste continuano è fondamentale chiarire con gentile fermezza che è il fotografo che decide. Siamo capaci di trovare i modi e le parole più adatte? Nel dubbio, il nostro mantra dovrebbe essere: rispondere, non reagire.

  4. Sapere ascoltare

    Non sono solo i soggetti dei nostri ritratti che hanno bisogno di essere ascoltati e compresi. Dobbiamo imparare ad ascoltare anche noi stessi. Aiuta molto osservarci e chiederci, per esempio: Come mi sento in una certa situazione? Che cosa mi entusiasma? Cosa mi fa sentire in difficoltà o mi disturba? Diventare consapevoli dei nostri limiti è il primo passo per superarli.

    Quando insegno e chiedo ai miei studenti di descrivermi e spiegarmi una loro difficoltà, spesso si rendono conto che si tratta di qualcosa di diverso da quello che pensavano in un primo momento. Non si erano mai soffermati a definirla, dunque sapevano di avere una difficoltà ma non potevano veramente affrontarla perché era troppo vaga. Prendere appunti sulle proprie riflessioni, dubbi ed entusiasmi, oppure parlarne con qualcuno, aiuta a mettere a fuoco anche ciò che è solo una sensazione approssimativa. Il trucco è cercare di spiegare come ci sentiamo descrivendolo dettagliatamente in modo che un estraneo possa capire. (Se lo può capire un estraneo, lo capiremo anche noi!)

  5. Gestire l’impazienza del soggetto

    Un disagio ricorrente che sento dai miei studenti è il timore che la persona che stanno fotografando si stia spazientendo, il che li spinge a fare tutto di fretta dimenticandosi qualcosa. Il più delle volte, la paura del fotografo è più grande della (presunta) impazienza del soggetto. Se scaviamo un po’, forse emerge qualcos’altro. Potremmo capire, per esempio, che il fotografo si sente insicuro della sua capacità di inquadrare. Migliorando quell’aspetto, magicamente anche i soggetti diventano meno impazienti! Capito come funziona? E se, invece, è proprio il soggetto ad essere impaziente, ricordiamoci che… la nostra pazienza può essere contagiosa.

  6. Visione globale e attenzione al particolare

    Scattando, aiuta avere l’abitudine di percepire a colpo d’occhio l’impostazione generale dell’immagine e, nello stesso tempo, controllare tutti i dettagli evitando che qualche particolare assorba troppo la nostra attenzione. In pratica si tratta di avere uno sguardo globale con attenzione al particolare. Luci, impostazioni della macchina, posizione del soggetto, vestiti, capelli, espressione… sono tutti “ingredienti” del nostro ritratto. Cosa dimentichiamo? La relazione col soggetto, naturalmente. Possiamo monitorarla proprio come il resto. Per esempio: c’è un elemento nello sfondo che potrebbe disturbare e la persona che sto fotografando mi è un po’ antipatica: devo fare attenzione che entrambe le cose non rovinino la foto.

  7. Discriminare i comportamenti

    L’abitudine a prendere in considerazione anche i piccoli dettagli e le piccole differenze ci può aiutare a gestire meglio una sessione. Dobbiamo fotografare una persona particolarmente spavalda? Scattiamo qualche foto e, effettivamente, quel volto è interessante, ma… c’è qualcosa che non ci convince. Se riusciamo a capire esattamente di cosa si tratta sarà più facile migliorare la situazione.

    Per esempio, potremmo renderci conto che il nostro fastidio è determinato dal fatto che quella persona vuole assolutamente essere fotografata in un certo modo. Due componenti del suo atteggiamento potrebbero confondersi: la sua (apparente?) sicurezza e il desiderio di imporsi. Discriminando tra le due, la situazione ci sarà più chiara. Possiamo certamente decidere di dare spazio al suo bisogno di mostrare quello che considera il suo lato migliore, e nello stesso tempo provare a fotografare un po’ dietro quella maschera idealizzata.

    Come fare? Dobbiamo usare la nostra sensibilità. Sappiamo che in quello che ci mostrano i soggetti di fronte alla macchina fotografica, spesso è implicito ciò che vogliono nascondere. Molto spavaldo? Forse dentro si sente insicuro. Allora proviamo a rassicurarlo, chiediamo il suo parere, facciamolo sentire considerato. Se la nostra intuizione è stata giusta, probabilmente si rilasserà un po’ e riusciremo a ritrarre delle espressioni meno costruite. Attenzione, però, a non improvvisarsi psicologi e, soprattutto, a non giudicare. Ci piacerebbe essere fotografati da una persona che ci giudica?

Ritratto di Marco, Enzo Dal Verme
Marco è una persona estremamente socievole, abituata a sorridere molto. Io ho voluto mettere in luce un altro suo aspetto. Dopo i primi scatti, mi sono fermato e gli ho chiesto di guardarli con me. Ho osservato la sua espressione e ho capito che non gli dispiaceva svelare quel suo lato. Quella piccola pausa ci ha consentito di ricominciare ancora più concentrati.

La responsabilità dell’atto fotografico

Avere un approccio introspettivo può aiutarci ad imparare molto ogni volta che fotografiamo. Con l’esperienza, anche la nostra capacità di interazione migliorerà. Ci sono moltissimi aspetti che potremmo prendere in considerazione, ma i punti elencati fino a qui sono già una buona partenza per impostare delle interazioni armoniose durante gli scatti.

Da non dimenticare, naturalmente, tutto il resto. Per esempio: è utile fare delle prove prima in modo da minimizzare le occasioni di distrazione sul set, aiuta informarsi in anticipo sui gusti e le abitudini di chi dobbiamo fotografare e, naturalmente, è una buona regola decidere in anticipo lo stile che vogliamo utilizzare per fotografare quel soggetto.

È palese che non basta la nostra buona disposizione per fare sì che le persone che dobbiamo fotografare non ci diano mai più filo da torcere. Noi, comunque, possiamo fare la nostra parte.

I momenti degli scatti possono essere incredibilmente intimi perché il soggetto svela qualcosa di sé. Anche se ci mostra solo il modo nel quale si difende dal nostro sguardo, per noi si tratta sempre di un privilegio. È bene non tradire la sua fiducia e stare attenti a rispettare i suoi limiti.

Fotografando abbiamo il potere di dare più o meno importanza ad alcuni dettagli, metterli in evidenza o nasconderli. I nostri ritratti, molto probabilmente, oltre a riflettere lo stato d’animo dei nostri soggetti, rifletteranno anche il nostro. Le immagini che creiamo collegheranno la curiosità di chi les guarderà a quegli attimi passati e alle qualità che siamo riusciti ad immortalare. Non è uno dei mestieri più belli del mondo il nostro?

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